Petrolio stabile ma con rischio surplus globale in aumento

Piattaforma petrolifera al tramonto

Accordo commerciale Usa-Cina: equilibrio fragile per il mercato del petrolio

I mercati petroliferi restano sospesi tra speranze e realtà. Il Brent si muove appena sotto i 66 dollari al barile e il WTI resta stabile poco sopra i 61,5. L’apparente calma nasconde però una tensione di fondo: il mercato sconta una fiducia precaria nell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, considerato più un sollievo temporaneo che una svolta duratura. Le discussioni tra i due paesi hanno evitato, per ora, nuovi dazi e promesso un dialogo su terre rare e materie prime strategiche, ma la sostanza economica di tali intese resta debole.

Dietro i titoli ottimistici si cela un mercato consapevole della fragilità della domanda. Le economie asiatiche rallentano, la crescita europea resta piatta e i consumi interni americani non bastano a sostenere da soli il prezzo del barile. Il mercato si regge su aspettative più che su fondamentali solidi, e qualsiasi segnale negativo nei dati macro potrebbe spingere gli operatori a vendere rapidamente, riportando il Brent sotto i 64 dollari.

Molti trader parlano di “calma apparente”: le tensioni geopolitiche non sono sparite, ma la mancanza di catalizzatori immediati tiene i prezzi su un binario laterale. In sostanza, l’ottimismo è una coperta corta: scalda il mercato nel breve periodo ma non basta a nascondere il raffreddamento strutturale della domanda mondiale.

Analisti scettici: domanda troppo debole per sostenere i prezzi

Le previsioni delle grandi banche d’affari e delle società di analisi convergono su un punto: senza una ripresa concreta dei consumi, il mercato del petrolio rimarrà vulnerabile. John Evans di PVM Oil Associates afferma che la fiducia dei mercati “è basata su narrativa, non su dati”. Chris Beauchamp di IG Bank aggiunge che la domanda americana “sta rallentando, non accelerando”, mettendo in dubbio la capacità degli Stati Uniti di assorbire l’eccesso globale di produzione.

Gli operatori di mercato si muovono con prudenza, consapevoli che la resilienza dei prezzi è più tecnica che reale. Le raffinerie stanno lavorando a capacità ridotta, i consumi industriali scendono in Europa e la Cina ha iniziato a ridurre le importazioni per il terzo mese consecutivo. Tutto questo contribuisce a mantenere un tono debole e un rischio crescente di surplus strutturale.

L’allarme dell’Agenzia Internazionale per l’Energia: surplus record in arrivo

Il nuovo rapporto mensile dell’AIE è chiaro: l’offerta globale supera ormai la domanda di quasi 2 milioni di barili al giorno e, senza correttivi, il divario potrebbe raddoppiare nel 2026. L’agenzia parla di un “surplus difficilmente contenibile”, con scorte ai massimi da cinque anni e una produzione in crescita continua da parte dei paesi non OPEC. In particolare, Stati Uniti, Brasile e Guyana stanno aggiungendo nuovi barili al mercato a un ritmo superiore alle attese.

Nel dettaglio, tra gennaio e settembre 2025 la produzione globale è aumentata di oltre 3 milioni di barili al giorno rispetto all’anno precedente. Le stime per il 2026 parlano di un ulteriore incremento, con un eccesso potenziale fino a 4 milioni di barili al giorno. La crescita della domanda, invece, si limita a un modesto +700.000 barili, segno che il mercato è intrappolato in una spirale di abbondanza e debole consumo.

Il quadro complessivo disegna uno scenario difficile: troppe scorte, consumi stagnanti e una concorrenza accesa tra produttori. L’unica ancora di salvezza, secondo alcuni analisti, potrebbe arrivare da tagli coordinati all’interno dell’OPEC+, ma al momento non c’è consenso politico né volontà economica per farlo.

OPEC+ divisa, i produttori non tagliano e la produzione cresce

I paesi dell’OPEC+ non riescono a trovare un terreno comune. Alcuni membri, come l’Arabia Saudita, chiedono una riduzione significativa della produzione per sostenere i prezzi, mentre altri – tra cui Russia e Iraq – preferiscono mantenere i livelli attuali per proteggere le proprie entrate fiscali. Questa mancanza di coordinamento crea un effetto domino: i produttori non OPEC, approfittando della stabilità dei prezzi, aumentano le esportazioni e rafforzano la propria presenza sui mercati globali.

Gli Stati Uniti restano il principale motore dell’offerta extra-OPEC, con una produzione che ha raggiunto nuovi massimi grazie a tecnologie più efficienti e costi di estrazione più bassi. Brasile e Canada seguono a ruota, contribuendo all’accumulo di scorte e riducendo la capacità del mercato di assorbire gli eccessi. Il risultato è un mercato ipercompetitivo, dove ogni barile in più pesa come un macigno sull’equilibrio dei prezzi.

Prospettive: stabilità apparente o inizio di una nuova fase ribassista

Guardando ai prossimi mesi, il mercato sembra destinato a restare in bilico. Se le trattative tra USA e Cina dovessero consolidarsi e la domanda asiatica mostrasse segnali di ripresa, il Brent potrebbe stabilizzarsi sopra i 67 dollari. In caso contrario, i trader si aspettano un ritorno verso la soglia dei 60 dollari, considerata il livello di equilibrio in presenza di surplus elevato.

Gli analisti concordano su un punto: la situazione attuale è un equilibrio precario più che una fase di solidità. Finché la domanda non riprenderà ritmo e le scorte non torneranno su livelli gestibili, ogni rimbalzo sarà solo temporaneo. L’autunno 2025 potrebbe dunque rappresentare l’inizio di un nuovo ciclo ribassista per il mercato del greggio, segnato da abbondanza di offerta e da un’inerzia economica difficile da spezzare.

Articoli correlati

Lascia un commento

Con l’invio del commento confermi di aver letto la nostra Privacy Policy.